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Claudia Taiani Architetto

Architettura e design

© Claudia Taiani Architetto

Verona

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Riportare il colore nella scuola.

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Arch. Taiani

DESIGN, INTERIOR, CULTURE, STORIES, PROJECT CULTURE, architecture, color-design, education-design, existing-building, renovation, project-culture,

Riportare il colore nella scuola.

L’adeguamento sismico di una scuola trasforma una necessità in un’occasione per ripensare gli spazi attraverso architettura paesaggio e colore.

 

 

 

Riportare il colore nella scuola

 

 

 

 

 

L’adeguamento sismico della scuola primaria di Fumane: mettere in sicurezza un edificio esistente e trasformare una necessità in un’occasione per ripensare gli spazi attraverso architettura, paesaggio e colore.

 

Ing. Dal Corso strutturista - Arch. Taiani progetto architettonico, progetto del colore, analisi e documentazione storica

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Ci sono progetti che nascono da un’idea e altri che nascono da una necessità.

Quello della Scuola Primaria “Flaminio Pellegrini” di Fumane appartiene alla seconda categoria. E forse è proprio per questo che, ritrovandolo dopo molti anni, mi sembra ancora così significativo.

 

Il 30 maggio 2012, in seguito agli eventi sismici che avevano interessato il territorio il giorno precedente, l’edificio venne dichiarato inagibile. La scuola, il cui nucleo originario risale al 1890, aveva attraversato oltre un secolo di trasformazioni, ampliamenti e modifiche. Improvvisamente era necessario intervenire ancora una volta, questa volta per una ragione imprescindibile: restituirle sicurezza. 

Ma un evento traumatico come un terremoto, pur nella sua drammaticità, può costringere a guardare ciò che esiste con occhi nuovi.

L’adeguamento sismico diventò così l’occasione per intervenire su un edificio storico senza cancellarne l’identità, adeguarlo alle nuove esigenze di sicurezza e, contemporaneamente, ripensare la qualità degli spazi nei quali i bambini sarebbero tornati a trascorrere una parte importante delle loro giornate.

 

Mettere in sicurezza, quindi. Ma anche prendersi cura.

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La struttura: intervenire sull’esistente

 

Il progetto strutturale redatto dall'ing. Dal Corso fu necessariamente la matrice dell’intervento.

Accanto agli interventi di irrigidimento dei solai, alle nuove murature di spina, ai collegamenti tra le murature, ai cordoli integrativi e alle catene previste in prossimità della copertura, il progetto strutturale sviluppò una particolare tecnica di consolidamento basata sull’impiego della fibra di vetro.

 

Sulle murature vennero sovrapposte reti in fibra di vetro disposte secondo direzioni incrociate, integrate da una maglia di elementi anch’essi in fibra e collegate nei nodi mediante fasce dello stesso materiale.

Era una sorta di nuova trama strutturale sovrapposta alla muratura esistente: un sistema leggero che collaborava con ciò che già c’era.

 

Trovo interessante, ancora oggi, il significato quasi metaforico di questa soluzione: non sostituire l’edificio, ma rafforzarlo; non cancellarne la storia, ma costruire sopra di essa una nuova capacità di resistere.

Ed è forse questo stesso principio che, con strumenti completamente diversi, ha guidato anche il progetto architettonico e quello del colore.

Dopo la sicurezza, la qualità dello spazio

 

L’intervento non si fermò infatti alla struttura.

La scuola venne ripensata anche nella distribuzione interna e nel rapporto con gli spazi esterni. L’acquisizione di una nuova area consentì di ampliare gli spazi destinati al gioco e all’attività fisica; furono rivisti accessi e percorsi, introdotta una nuova scala di sicurezza e modificata la distribuzione di alcune aule per rendere più efficaci gli spostamenti e concentrare le attività di socializzazione nelle aree maggiormente adatte.

A quel punto si poneva però un’altra domanda.

 

Come avrebbero percepito questi spazi i bambini che sarebbero tornati ad abitarli?

 

Una scuola sicura non doveva necessariamente essere una scuola neutra.

Al contrario, ritenevo che proprio un intervento così radicale potesse rappresentare l’occasione per restituire ai bambini un ambiente capace di essere non soltanto funzionale, ma piacevole, suggestivo, riconoscibile e vitale.

 

Ed è qui che entra il colore.

 

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I bambini hanno bisogno di vivere il colore

 

Quando iniziai a lavorare al progetto cromatico partii da una convinzione molto semplice: i bambini hanno bisogno di vivere il colore.

Non come decorazione aggiunta all’architettura, ma come esperienza dello spazio.

 

Il colore accompagna, distingue, suggerisce una direzione. Può attirare l’attenzione oppure creare quiete. Permette di riconoscere un luogo e, soprattutto per un bambino, può diventare uno strumento intuitivo per costruire una propria mappa dell’edificio.

Volevo quindi riportare il colore nella scuola attribuendogli una funzione precisa.

 

La palette originaria era composta da cinque tonalità, documentate negli studi di progetto: giallo, arancio, azzurro, verde e una tonalità tendente al lilla. Le aule furono studiate secondo differenti combinazioni, anche in relazione al piano e agli arredi, con due impostazioni principali: una costruita intorno a un fondo giallo e una intorno a un fondo azzurro.

Erano colori che cercavano un rapporto immediato con elementi appartenenti all’esperienza dei bambini e al paesaggio circostante: il cielo, il prato, il sole, la terra, il calore.

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Le colline di Fumane dentro le aule

 

La prima idea fu quella di portare idealmente all’interno della scuola le colline che circondano Fumane.

Non volevo rappresentarle in maniera figurativa. Immaginavo piuttosto che il loro profilo potesse trasformarsi in grandi fasce cromatiche capaci di attraversare le pareti, quasi un paesaggio astratto che accompagnasse i bambini all’interno delle aule.

 

Gli studi iniziali conservano ancora questa intenzione: le fasce colorate si muovono sulle pareti, cambiano quota, si incontrano e proseguono nello spazio.

 

Poi, come spesso accade nel passaggio dal progetto alla costruzione, arrivò il confronto con il budget.

Il disegno venne semplificato.

 

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Ma decisi di non rinunciare al principio che lo aveva generato.

Le pareti furono quindi organizzate attraverso due campiture principali e la linea che le separava smise di essere semplicemente un limite tra due colori: assunse un andamento capace di guidare lo sguardo dal fondo dell’aula verso la cattedra.

 

Una semplificazione economica diventava così una scelta progettuale.

 

Il progetto cromatico non riguardava soltanto le aule.

Le planimetrie mostrano un sistema che coinvolgeva ambienti, percorsi, pavimentazioni ed elementi architettonici, differenziando le diverse zone della scuola. 

 

Volevo che il colore aiutasse soprattutto i bambini a orientarsi autonomamente.

Un adulto interpreta rapidamente porte, corridoi, numeri e indicazioni. Un bambino costruisce invece il proprio rapporto con lo spazio attraverso riferimenti molto più immediati.

“Vado verso l’azzurro”, “la mia aula è quella gialla”, “la scala è dopo quella parete”.

 

Il colore può diventare linguaggio.

 

Per questo anche gli spazi comuni erano parte integrante del progetto: non semplici superfici di passaggio, ma elementi di una sequenza percettiva che aiutava a comprendere l’edificio. Gli studi del corridoio del primo piano mostrano chiaramente questa volontà di utilizzare campiture differenti per scandire e rendere riconoscibili le diverse parti del percorso.

 

Una scuola non è uno spazio neutro.

 

Riguardando oggi questo lavoro, credo che sia proprio questo il tema che continua a interessarmi.

Una scuola non dovrebbe essere uno spazio neutro.

È uno dei primi luoghi collettivi che impariamo ad abitare autonomamente. È il luogo nel quale trascorriamo ore, costruiamo relazioni, impariamo a orientarci senza i nostri genitori, associamo spazi ed emozioni.

E questo vale certamente per i bambini, ma non soltanto per loro.

Anche gli insegnanti e chi lavora quotidianamente nella scuola vivono la qualità della luce, delle proporzioni, dei materiali e dei colori.

 

L’architettura esercita la propria influenza spesso senza che ce ne rendiamo conto.

Per questo ritengo che sicurezza e qualità percettiva non siano due temi separati.

Nel progetto di Fumane il terremoto rese necessario intervenire sull’edificio. Quella necessità diventò l’occasione per metterlo in sicurezza, riorganizzarlo e contemporaneamente domandarsi quale scuola avremmo restituito ai bambini.

 

Non soltanto un edificio nuovamente agibile.

Ma un luogo nel quale tornare.

Un luogo riconoscibile.

Un luogo capace di accogliere.

 

Un luogo nel quale vivere il colore.